lunedì, 4 Luglio 2022
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Dall’Iside svelata alla chiave della Teosofia | Approfondimenti

Tempo stimato di lettura: 18 minuti

Quello che segue è il testo di una relazione svolta a Perugia, presso il Gruppo Teosofico Umbro, il 10 ottobre 2009 da Pier Giorgio Parola. Il testo non è semplice vi avvertiamo, ma del resto semplice non lo è nemmeno la dottrina Teosofica di cui si parlerà.

L’articolo è un ottimo compendio di una dottrina molto vasta e costituita da molti testi non sempre intuitivi da comprendere, per cui se volete solo conoscere l’argomento vi invitiamo alla lettura dell’articolo proposto qui di seguito, se invece siete molto curiosi e desiderosi di approfondimenti… buona lettura.

La misteriosa Madame Blavatsky tra spiritualismo e scienza

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Agli inizi del movimento teosofico uno dei doveri dei teosofi (la terza regola delle sette originarie) era quello della diffusione di un corretto insegnamento e, quindi, la preparazione di testi adatti era una necessità molto sentita. Naturalmente fu Madame Blavatsky a sostenere il peso maggiore dell’opera.

Con un lavoro certosino i suoi scritti sono stati raccolti da Boris de Zircoff, un suo pronipote, in ben 14 ponderosi volumi (dalle 500 alle 900 pagine) con un intero 15° per indice, e l’opera non include gli imponenti DS e Iside e molte lettere. E’ un lavoro enorme e riesce difficile credere che sia stato fatto in soli 17 anni. Secondo Boris de Zirkoff il primo articolo di Madame Blavatsky che conosciamo è una lettera pubblicata nel New York Daily Graphic il 30 Ottobre 1874.

Il tema di questo articolo, “Dall’Iside Svelata alla Chiave della Teosofia”, contempla la disamina di praticamente tutta l’opera scritta più nota di Madame Blavatsky.

L’opera di Madame Blavatsky ha sempre creato dei problemi ai teosofi italiani essendo stata scritta in inglese e li ha dati in genere agli studiosi avendo i suoi vari testi avuto delle varie edizioni in cui vi sono stati dei riadattamenti a capriccio degli editori e senza avvertimenti.

Per quanto riguarda l’opera di Madame Blavatsky nel suo complesso l’enorme lavoro svolto in pochi anni, le sue pagine sono zeppe di citazioni e riferimenti, rende arduo credere che la Signora non sia stata aiutata (specialmente per quanto riguarda l’Iside il contributo dei Maestri potrebbe, secondo Olcott, esserci stato) ma, benché la stessa HPB affermi che “né le idee né l’insegnamento sono miei” e nella Chiave dichiari, più esplicitamente che altrove, che dai Maestri ha appreso tutto quello che sa, l’insegnamento, nel bene e nel male (poco), è suo, sono cose che dice lei perché le conosce, perché le ha imparate, le ha fatte sue.

Iinfatti col passare degli anni gli insegnamenti di Madame Blavatsky cambiano, dall’Iside in cui, come vedremo, si parla di effetti di cui si debbono intravedere le cause si passa alla Dottrina in cui si espongono delle cause di cui di possono prevedere gli effetti, e poi alla Chiave in cui Upasikā, pur consapevole (evidentemente) che non si può parlare di certi temi se non per mezzo di analogie e di parabole, cerca di esprimersi in un modo autenticamente occidentale e al commento di un aforisma sostituisce la risposta a una domanda.

E possiamo quindi vedere la maestra Upasikā che evolve come un’allieva volonterosa. L’uso di domande catalizzatrici è prettamente socratico e proprio nell’abilità nel porsi delle domande risalta l’intelligenza di Madame Blavatsky, penso sia stato molto più difficile fare delle domande che dare delle risposte. E la Chiave ha avuto proprio in oriente molti estimatori anche al di fuori dell’ambiente dei teosofi, Gandhi le attribuisce un profondo cambiamento nel proprio modo di pensare.

Ora d’accordo che bisognava fornire del materiale per diffondere l’insegnamento della teosofia, ma qual’era il messaggio che veniva trasmesso?

Nella prefazione al The Secret Doctrine Madame Blavatsky dichiara chiaramente lo scopo della sua opera. Il suo fine era quello di dimostrare che la natura non è “un
insieme fortuito di atomi e di assegnare all’uomo il suo posto nello schema universale, e poi di dimostrare che esiste un lato nascosto della natura non è mai stato affrontato dalla nostra scienza attuale”.

Ee già il sottotitolo dell’opera, che la presenta come “La sintesi della scienza, della religione e della filosofia”, rivela la consapevolezza di Madame Blavatsky che quanto da Lei asserito può consentire l’unificazione delle diverse posizioni.

Ci sono due ragioni che hanno contribuito alla fondazione della teosofia: combattere il materialismo scientifico e il fondamentalismo religioso.

I progressi della scienza nel XX secolo fanno pensare che, anche con il suo contributo, la prima meta sia stata avvicinata e che una cosmologia filosofica non sia più lontana da una cosmologia scientifica, in quanto alla seconda lascio a voi il giudizio, suppongo però che senza un Gandhi che fu un profondo conoscitore dell’insegnamento di Madame Blavatsky verosimilmente non ci sarebbero stati ministri del culto come Martin Luther King e probabilmente un nero alla Casa Bianca.

La Teosofia non è una sapienza divina da ottenere, da conquistare, ma è la sapienza insita nella manifestazione cosmica, nella natura, di cui il teosofo dovrebbe avere consapevolezza per raggiungere uno stato di coscienza, illuminato, in cui ci si rende conto che c’è la Teosofia, ma che nessuno può “personalmente” essere un teosofo. Da questa considerazione, che reputo assolutamente basilare, risulta un quadro completamente diverso da quello sovente proposto da molti cosidetti “maestri”.

Ne risulta che la teurgia (opera divina) non consiste di una pedissequa, ritualistica, mimesi della natura da parte di pur volonterosi aspiranti, ma nel lavoro degli stessi dei, e con “dei” si intende la gerarchia di entità intelligenti, ma impersonali, che regola e guida il nostro sistema; è di questo lavoro che il teosofo dovrebbe essere sempre cosciente, questa è la pietas, prajna-karunā (saggezza-empatia). ”Satyannasti parodharma” recita il motto della Società Teosofica, una frase che io tradurrei letteralmente con “Non c’è verità, c’è il Dharma”, ma alla luce delle precedenti considerazioni, se la Teosofia è la Sapienza Divina, ossia la Legge, il Dharma, si potrebbe quindi anche tradurre il motto con “Non c’è la verità, c’è la Teosofia”. La Teosofia che non ha mai preteso (da parte di HPB) alcuna autorità: ”Bisogna sopratutto ricordare che nessun libro teosofico acquista più valore ostentando autorità” (DS).

Come fare?

Secondo la tradizione che impone di cercare continuamente delle conferme ai propri
apprendimenti e a differenza di coloro che ricevono delle rivelazioni tramite le proprie capacità di collegarsi a delle fonti su piani superiori, alle sorgenti molto pericolose dell’astrale, o che hanno delle intuizioni e le ritengono vere senza bisogno di prove, Madame Blavatsky, conformemente alla porfiriana definizione della teosofia come ponte tra scienza e religione, si preoccupa sempre di avere delle conferme.

E i suoi temi spaziano dal simbolismo biblico all’evoluzionismo di Darwin, dallo studio
della archeologia della fauna e della flora fino alle citazioni dei testi sacri dell’oriente e della kabala; sono considerati filosofi, teologi e scienziati di tutte le epoche, i campi sono molti e vastissimi e risulta quindi impensabile o almeno veramente difficile, per il lettore medio, orizzontarsi e trarne uno schema ragionevolmente chiaro.

Ci sono delle riduzioni, esiste una notissima e diffusa riduzione del DS, ma, evidentemente, ogni riduzione risente delle decisioni di chi decide cosa tagliare.

Evidentemente la parte obsoleta da tagliare dovrebbe essere quella, troppo legata al clima e alla cultura ottocenteschi in cui i libri furono scritti (il linguaggio e i travisamenti), che non è certamentel’ “Insegnamento”.
Ma gli insegnamenti teosofici sono pura teoria o sono una scuola di vita e se sono una lezione morale come dovrebbe studiare gli insegnamenti di Madame Blavatsky chi volesse metterli in pratica?

Quando si mettono in pratica degli insegnamenti si vede che ogni sistema è imperfetto. E
per fortuna non si può fare applicare agli altri un sistema personale: questo fa si che ognuno debba creare il proprio.

Tradizionalmente, a tutti i livelli, nessuno ha mai preteso di possedere la verità, nessun vero Maestro ha mai preteso di non dovere confrontare le proprie riflessioni, intuizioni,
visioni, con gli altri, pronto a riconsiderare le proprie idee. La Gupta Vidya, la Religione Saggezza, la dottrina segreta tradizionale, è questa e, anche nel nostro piccolo, il sistema è sempre valido: è necessario unirsi ad altri per confrontarsi. Attualmente internet aiuta e ci sono molti seminari e dei gruppi di studio che mettono a disposizione il frutto del loro lavoro secondo la tradizione dell’insegnamento esoterico. Questo è l’unico modo per procedere: “Non si può ottenere la conoscenza di Dio cercandola e tuttavia solo coloro che la cercano la trovano” disse Abu Yazid Bistami, un mistico persiano.

Ma torniamo al nostro tema.

Al momento del trapasso di Madame Blavatsky qual’era il canone teosofico? C’era l’Iside del 1877, un’opera monumentale e grande successo letterario (1000 copie in 10 giorni), che creò un enorme interesse, o meglio curiosità, intorno al movimento teosofico e fece conoscere al mondo occidentale gli insegnamenti della tradizione orientale, un’altra meta primaria.

Dal 79 sulla rivista Theosophist apparvero molti articoli che arricchirono gli insegnamenti dell’Iside, ma negli anni seguenti fu fondamentale la corrispondenza dell’80-84 con i Maestri e apparve nell’83 il Buddhismo Esoterico di Sinnett, un’opera lodata dai Maestri stessi, che dà una buona esposizione, un quadro d’insieme, degli insegnamenti fondamentali, ma che, stranamente, non è mai stata adeguatamente considerata, mentre avrebbe potuto essere un prezioso complemento dell’Iside che, alla luce delle sue spiegazioni, poteva divenire una vera miniera di conoscenza. C’era poi L’Epitome della Teosofia di Judge un’opera dell’87, di circa una quindicina di pagine, che, inspiegabilmente, non è mai stata edita in Italia.

Nell’1888 fu pubblicata la DS che era, secondo le parole di HPB: “semplicemente un
tentativo di presentare la storia e le genesi arcaiche, così come insegnate in Asia in alcuni centri di insegnamento esoterico, con un linguaggio moderno e con dei termini usuali per gli studenti e gli studiosi”. L’Oceano della Teosofia di Judge fu pubblicato nel 93, dopo la morte di HPB e nel 1898 iniziò un nuovo corso con la “Sapienza Antica” della Besant (che fece parte della ST solo a partire dal 90, quando partecipò al Congresso delle Religioni di Chicago per incarico della Pall Mall Gazette, dopo avere recensito nell’89 la DS).

Alla fine degli anni 80 in un clima di vivace interesse, ma anche di pressanti difficoltà (ristrettezze economiche) HPB con la Chiave scritta nel 1889, lo stesso anno della Voce del Silenzio, dopo i ponderosi volumi dell’Iside (che tutto è meno che un manuale) e della DS, venne incontro al bisogno di un testo più agile che, pur essendo completo, superasse la difficoltà di essere chiaro e accessibile senza essere banale e semplicistico. Non è però che intendesse servire la cosiddetta pappa fatta, in quanto, nella prefazione della sua opera, come farà poi Judge nella prima pagina del suo Oceano, ammonisce che la dottrina teosofica non è fatta per i pigri, che necessita di uno sforzo; sta sempre ai maestri graduare l’impegno degli allievi.

Quello teosofico è uno studio fatto anche, o meglio specialmente, di confronti tra le varie opere e qui nasce l’imprescindibile necessità dei vari indici analitici. Questi, unitamente a delle tabelline che evidenzino i diversi cambiamenti che ci sono stati, nel corso del tempo, nei libri di HPB, nella descrizione della natura dell’uomo, il microcosmo: da quella dell’Iside che lo descrive come un essere formato da corpo, anima e spirito a quelle della DS e della Chiave, fino a quella dei suoi scritti esoterici (quelli che introducono l’Uovo Aureo) e del Dialogo fra due Redattori, quello con Mabel Collins che, abbandonata la classificazione dei principi, parla dei vari corpi.

Quest’ultima suddivisione risulta, tra l’altro, utilissima (imprescindibile) nel valutare i molti insegnamenti che sono stati dati da coloro che hanno parlato di Teosofia dopo la morte di HPB.

Lo studio dell’opera di Madame Blavatsky può essere condotto in vari modi, dall’ormai classico modello di Barborka, che procede per argomenti, al più recente studio di Sender-Cesano, che si vale dell’accostamento di brani della DS, o al corso di Joy Mills (questi ultimi disponibili in rete).

Ma nello studio il più utile, probabilmente indispensabile, aiuto viene dato da quella che è una testimonianza di prima mano del sistema educativo di HPB, ossia gli insostituibili appunti lasciateci dal Comandante Bowen (un allievo di Madame negli anni 89-91). Da queste note si rileva che lo studio non tende tanto a dare un quadro preciso dell’universo quanto a guidare ognuno affinché si faccia la propria opinione, sempre tenendo però presenti delle idee di base, degli assiomi che non possono essere contraddetti. Questi principi essenziali sono le tre proposizioni del proemio del primo volume della Dottrina Segreta:
1 L’esistenza di un Onnipresente, Eterno, Infinito e Immutabile Principio
2 L’eternità dell’Universo come piano infinito soggetto a periodiche manifestazioni e sparizioni
3 La fondamentale identità di tutte le anime con l’Anima Universale HPB affermava che da questi incontestabili tre concetti basilari risultano: la fondamentale unità di tutta l’esistenza, il fatto che non esiste la cosiddetta materia morta, che l’uomo è un microcosmo e la realtà del “come in alto così in basso” il grande assioma ermetico.

Qualunque tema si affronti queste idee non devono essere contrastate.

Vediamo cosa si può dedurre da queste quattro affermazioni:

1 La FONDAMENTALE UNITA’ DI TUTTA L’ESISTENZA. Non si tratta di un’unica cosa composta da molte cose unite tra di loro, come per il concetto di esercito, o di popolo (mi sembra di intuirlo malgrado HPB usi questa similitudine per i Dhyan Chohan). Esiste UNA COSA SOLA.

Questa cosa unica ha due aspetti, spirito (coscienza) – materia.

Studiando la DS bisogna sempre tenere presente in qualsiasi ragionamento si faccia che dall’atomo, all’uomo o alla divinità sono tutti, presi sia separatamente che collettivamente, Essere Assoluto, perché questa è la loro REALE INDIVIDUALITA’. Se si perde di vista questo concetto e si vede qualcosa di separato ogni studio non ha alcun valore.

2 Il secondo concetto da tenere presente riguarda il fatto NON C’E’ MATERIA MORTA. Ogni atomo di sostanza, non importa di quale piano, è una VITA.

3 Esistendo una sola cosa l’uomo un MICROCOSMO ha in sé ogni piano ogni principio, ma quindi ogni gerarchia. Ogni uomo è un microcosmo solo in quanto immagine olografica del
macrocosmo, ma in realtà non esiste né macro né microcosmo, ma una ESISTENZA UNICA
mayavicamente riflessa dalle forme della materia.

4 Secondo l’assioma ermetico, in quest’UNICA VITA , l’alto non può quindi essere che come il basso, in quanto non esistono né l’uno né l’altro.

Ne risulta che c’è un’ Unica Legge Fondamentale: la completa unità dell’essenza fondamentale di ogni sostanza che forma la natura e, di conseguenza, la legge del perfetto equilibrio.

Come fa notare Janthe Hoskins, la teosofa che in Inghilterra per tanti anni ha promosso la Società Teosofica e a cui sono debitore, in altra forma ritroviamo queste affermazioni nei dieci asserti che leggiamo all’inizio dell’ultimo capitolo dell’Iside:

1. Non ci sono dei miracoli. Ogni evento è frutto dell’unica legge, immutabile e incessante.

2. La trinità della natura: quella visibile e concreta, quella invisibile ed energizzante, modello della precedente e principio vitale, e quindi lo spirito, sorgente delle precedenti, eterno e indistruttibile. I primi due aspetti in costante mutazione e il terzo immutevole.

3. Anche l’uomo è una trinità: ha un corpo fisico, un’anima, il corpo astrale-vitale, che è l’uomo vero, e lo spirito immortale. Quando il vero uomo riesce a unirsi con quest’ultimo diventa un’entità immortale.

4. La magia, come scienza, è la conoscenza di questi principi.

5. La conoscenza segreta che può essere sapienza o vera magia se non viene impiegata bene è stregoneria.

6. L’Adepto è l’opposto del medium; quest’ultimo è lo strumento passivo di influenze estranee mentre l’adepto controlla sia sé stesso che tutte le potenze inferiori.

7. Ogni cosa che fu, è, o che sarà, essendo registrata nella luce astrale può essere conosciuta da un adepto per mezzo dei propri sensi spirituali (per spirituali si intende superiori).

8. Le razze umane differiscono per doti spirituali così come per il colore, la statura o altre
qualità fisiche; certi popoli sono per natura più chiaroveggenti, altri propensi alla medianità.
Presso certi popoli si annida ancora la stregoneria.

9. Una fase della pratica magica è il volontario e conscio ritiro dell’uomo interiore (la forma astrale) dall’uomo esteriore (corpo fisico).

10. La pietra angolare della magia è una vera conoscenza pratica del magnetismo e dell’elettricità, le loro qualità, correlazioni e potenzialità.

Riassumendo: da questi dieci punti risulta che la magia è sapienza spirituale e che la natura è l’alleato del mago.

La volontà dell’uomo se perfezionata può controllare il comune principio vitale che pervade ogni cosa. L’adepto non fa miracoli, ma affretta i tempi dell’evoluzione. L’adepto può controllare I corpi fisici e astrali dei non adepti e gli spiriti degli elementi, ma (questo è importante per valutare delle affermazioni fatte da autori teosofici posteriori ad HPB) non può evidentemente agire sul cosiddetto spirito immortale sia dei vivi che dei morti.

Sempre secondo Bowen, lo studio oltre alle tre proposizioni del proemio deve tenere conto di quanto viene detto nella “sintesi” che troviamo nella ricapitolazione alla fine della prima parte del primo volume; Madame Blavatsky cerca qui di riordinare in sei paragrafi numerati quanto detto precedentemente (da notare che aggiunge ancora qualcosa riguardo alle gerarchie di Esseri che operano nell’universo e lo guidano).

Ricordando sempre l’unica legge fondamentale: il concetto dell’UNICITA’ nell’universo.

I sei concetti sono questi:

1. La DS rappresenta la sapienza accumulata durante tutte le epoche passate
2. C’è una legge fondamentale quella che afferma che tutto nasce da un Punto da cui tutto dipende e tende. Questo è il Principio-Sostanza Unico e Omogeneo. La Realtà onnipresente e impersonale.
3. L’universo è la periodica manifestazione di questa sconosciuta Essenza Assoluta.
4. L’universo è detto Maya in quanto ogni cosa è in esso temporanea.
5. Nell’universo, in tutti i suoi regni, ogni cosa è conscia. Non c’è materia morta.
6. L’universo è guidato dall’interno verso l’esterno.

Conviene ora notare che nell’Iside il procedimento consiste nel partire dai particolari per arrivare all’universale, partire da quanto è palese per trarne le leggi che sono alla base di tutta l’esistenza.

Considerare quello che ci capita per capirne il perché, in un processo che va, per così dire, dal basso all’alto. L’Iside consiste di un accumulo di dati di ogni genere, storia, religione, tradizioni e troviamo alla fine dell’opera la sua conclusione nei 10 punti che abbiamo citato. Mentre, al contrario, la Dottrina inverte il procedimento e parte dall’universale per giungere ai particolari.

Nel proemio della DS troviamo quei Tre Principi Fondamentali da cui come dice HPB “dipende tutto quello che segue…..”. Come abbiamo visto “questi assiomi da tenere presenti” sono in affinità con i 10 punti risultanti dal lungo elenco di fatti esposti nell’Iside. Ma è stato fatto presente, e questo è molto importante, che, mentre le conclusioni dell’Iside sono frutto del passato, vale a dire la storia, la cultura, la religione e le scienze, le Proposizioni della Dottrina Segreta sono relative a passato e presente e sono rivolte al futuro.

Da rilevare poi che anche se nella Chiave non si parla mai espressamente delle sei proposizioni fondamentali del DS (tre nel primo e tre nel secondo volume), che sono così raccomandate dagli appunti di Bowen, queste sono latenti in ogni risposta e in ogni caso con le proposizioni c’è sempre coerenza (questo è essenziale e sovente non ci fu più in opere posteriori al 1891).

Inoltre Madame Blavatsky cerca di mettere in risalto degli aspetti particolari del suo insegnamento, e, nel Summing Up (Ricapitolazione), ai sei paragrafi numerati di cui abbiamo parlato aggiunge quelli che chiama “cinque fatti provati” (provati in quanto afferma che qualsiasi sarà il destino del suo lavoro spera di avere provato questi cinque fatti ….) che qui riassumo:

1. La DS non predica l’ateismo, se non come rifiuto degli idoli.
2. Ammette l’esistenza del Logos, che non è però una divinità personalizzata, ma è l’insieme dei Dhyan Chohan e di altre forze.
3. I Dhyan Chohan hanno carattere duplice essendo composti da energia bruta irrazionale e da un’anima intelligente, la Coscienza Cosmica che riflette il Progetto della Mente Universale. Il tutto avviene in una interminabile susseguirsi di manifestazioni in ottemperanza al karma.
4. La materia è eterna. E’ il veicolo, la base fisica, dell’Unica Infinita Mente Universale, affinchè questa possa costruire i propri progetti. E’ per questo che noi diciamo che non c’è materia morta. In questo la scienza sbaglia.
5. L’universo è evoluto secondo il proprio progetto ideale che era durante l’eternità nell’incoscienza di quello che i vedantini chiamano Parabrahaman. E molto di questo possiamo trovarlo in Platone e altri pensatori occidentali.

Già nell’Iside Madame Blavatsky aveva espresso queste idee e aveva anche detto che i cabalisti cristiani conoscevano bene questi basilari concetti orientali. Un Potere attivo, “Il moto perpetuo del Grande Respiro” sveglia il kosmos all’inizio di ogni nuovo periodo di Progresso tramite due forze contrarie, la centrifuga e la centripeta, che sono le opposte polarità dell’unica Forza Primordiale, rendendolo oggettivo sul piano di maya. L’occultismo insegna che non ci può essere una forma oggettiva, sia dalla natura che dall’uomo, che non fosse già sul piano soggettivo. Nulla viene creato.

Quindi la nostra forma umana esisteva nell’Eternità come prototipo etereo secondo il quale degli Esseri Superiori l’hanno concretizzata; dopo di che quando fu pronto questo modello di base le forze terrestri incominciarono a lavorare su questa forma sovrasensibile, che conteneva, oltre ai propri, gli elementi di tutte le passate forme vegetali e delle animali future. Per cui il rivestimento esteriore dell’uomo passò per ogni corpo vegetale e animale prima di assumere la sembianza umana.

E nell’Iside Madame Blavatsky parlava già della scienza moderna che all’epoca aveva scoperto l’evoluzione e
faceva presente che sia i miti che la Bibbia ne hanno parlato, se li si sa leggere, e tutta la
Tradizione. La Tradizione afferma che il germe della presente razza umana deve essere stato preesistente negli antenati della nostra razza come il fiore sta nascosto nel seme.

Quindi HPB si chiede e ci chiede perché i progenitori della nostra attuale razza umana non possono essere stati i giganti dei Veda , del Genesi o dell’Edda? Il che sembra, oltre tutto, più ragionevole di certe posizioni radicalmente materialiste.

Quello dell’evoluzione dell’uomo è il tema specifico del secondo volume del DS. Il primo volume tratta della cosmogonia ed il secondo della antropogenesi. E anche la prima parte del secondo volume come quella del primo si basa sulle Stanze di Dzyan e sul loro commento.

E anche qui nella prefazione c’è un passaggio dell’Iside. Negli appunti di Bowen si raccomanda la lettura di questa prefazione che incomincia con tre nuove affermazioni basilari, che qui concernono alla evoluzione dell’uomo.

Le tre nuove proposizioni sono queste:

1 La simultanea evoluzione di sette gruppi umani su sette differenti parti del nostro globo
2 La nascita del corpo astrale prima di quello fisico, il primo essendo stato il modello per il
secondo
3 L’uomo, in questa Ronda, ha preceduto ogni mammifero, inclusi gli antropoidi, nel regno animale

Sono delle affermazioni che sfidavano sia la scienza che la religione (o meglio la chiesa) in
preparazione alle divulgazione delle idee rivoluzionarie e alla storia dell’uomo che HPH ci dice siano registrate nei testi segreti.

In aggiunta, secondo gli appunti di Bowen, Madame Blavatsky consigliava di studiare, inizialmente, anche la conclusione del secondo volume che completa quanto detto alla fine della prima parte del volume riguardo a quelli che chiama “i periodi della venuta delle razze e delle sottorazze”.

Madame Blavatsky dice di rivolgersi a coloro che non vedono una corrispondenza tra i miti e “il lavoro visibile nella natura”. E afferma che l’antica sapienza ha una tradizione che oltrepassa di molto i pochi secoli in cui si è sviluppata la scienza moderna.
Il leitmotiv, e il grundthema, di questa ultima parte della DS è quello della ciclicità. Tutto procede ciclicamente. Si parla di sette razze diverse, cinque delle quali già apparse. Razze umane che nascono l’una dall’altra, che si sviluppano, invecchiano e muoiono, l’una sovrapponendosi all’altra, che non si deve pensare che si estinguano improvvisamente e che immediatamente subentri un’altra a prenderne il posto.

Questo accade come nel caso delle singole persone allorchè per un certo periodo convivono padri e figli e talvolta nonni e bisnonni. Sembra il caso di ricordare come questa sovrapposizione delle generazioni e delle sottorazze e razze, avvenga, sia pure con differenti modalità, anche nel caso di ronde e catene (in questo caso si parla di periodi lunghissimi).

Ed è molto importante tenerlo a mente specialmente allorché si deve (e lo facciamo continuamente) valutare il comportamento altrui. La dottrina, anche se talvolta può apparire astratta, priva di implicazioni etiche, pura teoria adatta a qualche fissato studioso monomane (è il caso di coloro che hanno preso il virus della DS, badate bene DS staccato e non ads), coinvolge molto concretamente chi la studia. E’ la via del teosofo, uno jnana yoga (yoga della conoscenza) rivisto e adattato alle esigenze della cultura occidentale (ormai globale) della nostra epoca, sottorazza ecc., ecc.

Cos’è lo Yoga? – 1/3

E alla nascita in questi ultimi secoli di una nuova razza, quella americana, HPB presta particolare attenzione in quest’ultima parte della sua opera. Dice che questo popolo (nel quale su un ceppo anglosassone sono stati innestate le più varie etnie) ha il compito di seminare i germi per la nascita di una sesta razza.

Questa come abbiamo detto ha un periodo di gestazione durante la quinta razza (di enorme lunghezza, vale a dire per più di due sottorazze), la quale a sua volta la adombrerà poi
ancora per un periodo più o meno altrettanto lungo. Il compito di questa umanità è quello di dare un impulso per instaurare, dopo un ciclo di materialità, un nuovo ciclo più spirituale ecc., ecc., ma qui
Madame Blavatsky mi sembra, come ogni tanto le capita, che si illuda un po’: i tempi del pellegrinaggio sono molto lunghi.

Mi pare poi opportuno ora ricordare, riguardo alla teoria teosofica dei cicli, l’importanza dei numeri per avere una retta comprensione dello svolgersi di tutto il processo evolutivo. Ci sono sette principi che si sviluppano secondo un ritmo settuplice e nello sviluppo si hanno stati di coscienza e (o) razze che con la numerazione dei sette principi hanno relazione. Nel susseguirsi di ronde e di razze a dati numeri corrispondono precisi stati coscienziali; sono o puntuali ripassi a livello più avanzato, o rigorose prove per delle esperienze future.

Quando, studiando un testo teosofico, si trovano dei termini particolari (elementi, catene, ronde, razze, piani, ecc….) e li si trova correlati a dei numeri, bisogna prestare molta attenzione alle corrispondenze e verificare che non vi siano contrasti, divergenze. La DS ci dice che i Maestri invitano a “seguire la legge dell’analogia“ (2, 254); e dice che “in natura l’analogia è la legge guida, l’unico vero filo d’Arianna che ci può guidare……” (2, 153). I principi sono numerati e quindi, per fare un esempio, durante la quinta ronda, la quinta razza, la quinta sottorazza, si è particolarmente focalizzati sul quinto principio, manas (mentalità consapevole), e durante la quarta ronda sul quarto principio, su kama (desiderio).

Risulta quindi evidente che appartenendo noi alla quinta razza siamo particolarmente interessati al mentale, al quinto principio, ma non dobbiamo dimenticare che stiamo ancora nella quarta ronda e che quindi il nostro manas è ancora strettamente legato a kama; ragion per cui stiamo solo facendo delle prove per quello che sarà il nostro compito durante
la, ancora molto distante (non dimentichiamo i lunghissimi tempi dell’evoluzione), quinta ronda.

Guai a perdere di vista questa ritmicità, pensare che dei cambiamenti possano avvenire prima del tempo. Dall’insegnamento della Signora si evince che per valutare il presente occorre vedere che cosa è previsto si debba fare in un determinato momento; se ci si illude che perché si soffre d’insonnia sia sempre giorno (un tipico comportamento new age) nascono dei problemi.

Passando ora alla Chiave della Teosofia, a quella che è stata la sua ultima opera, HPB pone un particolare accento sulla necessità dello studio, parla più di studio che di insegnamenti, più della necessità di indagare che dell’immagazzinare delle nozioni. Volendo segnare un percorso probabilmente lo studio della Chiave, sebbene questa sia un’opera posteriore, dovrebbe essere propedeutico a quello del DS. Poi, dopo la Chiave, sarebbe forse meglio passare all’Iside che nella sua impostazione ricorda quella di quello che, nelle intenzioni di Madame Blavatsky , si presume avrebbe dovuto essere il terzo volume del DS, quello da mettere per primo, come base per comprendere la funzione della Società Teosofica.

Queste indicazioni forse possono essere utili a chi ha già provato a destreggiarsi fra i libri che capitano solitamente in mano ai neofiti (che, evidentemente, non sono tutti di Madame Blavatsky in quanto questi, sovente, non sono i più pubblicizzati dalle varie editrici teosofiche e specialmente da Adyar). Ma tant’è: io ho cominciato dalla DS.

In ogni caso, dall’esame di quelle che sono le opere più conosciute di HPB, si potrebbe dire che l’Iside fa appello al manas inferiore, alla ragione, e la Dottrina al manas taijasi (il manas illuminato da buddhi, al di la della personalità), intuizione è il termine più usato, forse non il più adatto, per definire la mente illuminata. E la Chiave può essere vista come una mediazione tra l’Iside e la Dottrina, tra oriente e occidente, tra la scienza e la spiritualità e tra i dogmi delle religioni e la necessità di avere delle prove. Il libro è ponte tra scienza e religione e quindi Teosofia, o la sua chiave.

Concludendo l’Isis può essere quindi considerata come un libro ancora legato alla personalità mentre la DS è un libro che fa appello a quanto nell’uomo è trascendente, è il libro della sapienza eterna, slegata dal tempo. Desidererei che da questa chiacchierata risultasse che la DS è un libro particolare, che deve essere affrontato nel modo previsto dalla sua autrice.

I principi che regolano e governano il cosmo possono illuminare il sentiero, passato, presente e futuro di ognuno, e risvegliare la Sapienza Segreta, la Dottrina Segreta: e allora si saprà. In natura ogni cosa mostra un progressivo progresso verso una vita superiore. Secondo la scienza tutta l’evoluzione procede verso quello che la scienza chiama “la sopravvivenza del più adatto” e altrettanto dice la DS, ma afferma altresì che c’è un progetto dietro a delle forze apparentemente cieche. In questo la vecchia signora è sorprendentemente vicina alla teoria del principio antropico che attualmente sembra conciliare tante teorie della fisica moderna.

Ne risulta che, secondo l’insegnamento teosofico originario e a differenza di interpretazioni posteriori, quello che si deve tenere sempre presente è che essendo ogni uomo un microcosmo non c’è niente da ricevere dall’esterno, da presunti piani superiori, ma che quella che deve essere svelata è l’Iside che sta velata in ognuno di noi.

In quanto alla Chiave (l’ultimo libro che è da leggersi per primo) è poi da notare che, a differenza dell’Iside e della Dottrina, parla sì dei Maestri, dedica loro un intero capitolo, ma poco di un insegnamento dei Maestri che sia stato rivelato in esclusiva ad Madame Blavatsky , afferma invece che sono dei concetti dispersi in oriente in innumerevoli scritture, ma a disposizione degli studiosi.

Nella Chiave la Signora parla più di impegno che di particolari, costringenti, fonti di insegnamento e si ha quindi una sensazione di libertà e della necessità di perseguire l’attuale secondo scopo della Società Teosofica, che è strumento indispensabile per la realizzazione del primo.

La Chiave della Teosofia tende a giustificare l’esistenza e l’impegno della Società Teosofica, a spiegarne la necessità. E anche a spiegare che solo quando il ricercatore si è risvegliato e ha la conoscenza della natura e di sé stesso e la consapevolezza dell’esistenza di una Religione-Saggezza, egli ha raggiunto un “punto di svolta” nell’evoluzione della propria anima individuale (non la personale), quella che si reincarna, l’Ego Superiore, traguardo che gli consente di trarre il massimo profitto dalla lettura della Dottrina Segreta, che le “Stanze” sono state scritte per LUI.

Pier Giorgio Parola

 

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